1. La pandemia ha determinato in tutto l’Occidente l’avvio di imponenti iniziative di intervento pubblico nell’economia, dapprima destinate al sostegno dei redditi e poi – con l’introduzione di espliciti programmi di rilancio degli investimenti – alla definizione di un quadro di sviluppo di medio periodo, incardinato sulla duplice transizione ecologica e digitale, per ridurre la dipendenza strategica da potenze geoeconomiche sempre meno allineate agli interessi europei e nord-americani. Per la ue, in particolare, il mutamento di rotta rispetto al tempo della liberalizzazione generalizzata e dell’“austerità espansiva”, già da tempo in crisi di identità, non poteva essere più drastico, e soprattutto generalizzato: come un sipario che cade di punto in bianco a chiudere una rappresentazione ormai senza spettatori. Si potrebbe dire, da questo punto di vista, che il cambio di prospettiva sul piano della politica economica – al di là della differente intensità con cui i programmi nazionali potranno effettivamente contribuire al rilancio dell’economia nei diversi paesi – rappresenti il vero punto di discontinuità con cui le imprese si troveranno a fare i conti negli anni a venire; e che se pure in sé transitoria – prima o poi dovrà dissiparsi – la pandemia abbia già comportato effetti di rottura dello status quo destinati a persistere.
2. Le ragioni dell’intervento pubblico trovano il loro principale fondamento in un ridimensionamento della domanda aggregata che è senza precedenti nel dopoguerra, e che consegue a un arresto dell’attività produttiva durato abbastanza a lungo da essersi portato dietro conseguenze persistenti. Secondo le valutazioni dell’ilo (2021), nel 2020 a livello globale sono state perse ore di lavoro per un ammontare che corrisponde a 255 milioni di lavoratori full-time. La contrazione si è riflessa in una caduta di occupazione rispetto al 2019 di 114 milioni di unità, a fronte di un aumento stimato in assenza di pandemia di 30 milioni. Nonostante il recupero dei livelli produttivi in gran parte delle economie industrializzate, questa tendenza non pare essersi ancora invertita. Il fatto che una quota rilevante di questo ridimensionamento riguardi le economie in via di sviluppo fa apparire il problema lontano, ma lo rende in realtà potenzialmente ancora più acuto, perché avviene in un contesto in cui le risorse pubbliche a disposizione per gestirlo sono scarse, quando non del tutto assenti; e in cui anche la stessa circolazione del virus è tuttora più estesa, in assenza di programmi di vaccinazione di massa. A livello globale le conseguenze potrebbero non essere immediatamente evidenti (il peso economico delle economie sottosviluppate è quasi trascurabile); ma il recupero in corso potrebbe scontare nuove battute di arresto in ragione di nuovi lockdown – più o meno parziali – o dell’arrivo di nuove varianti del virus che dovessero riproporsi in quelle aree del mondo, e che non sono completamente da escludere nello stesso mondo sviluppato.
3. L’uscita dalle regole del gioco che hanno accompagnato lo sviluppo economico e industriale negli anni della globalizzazione galoppante (mercati fluidificati, multilateralismo imperante, commercio internazionale come motore della crescita mondiale) implica una crescente difficoltà di interpretazione delle tendenze in corso e quindi anche della capacità di anticipazione del futuro: la divergenza nella comunicazione delle grandi istituzioni internazionali – che dovrebbero essere la sede in cui capire quello che accade – ne offre una chiara testimonianza. Da un lato, in ambito unctad si afferma senza tanti giri di parole che: «in assenza di un radicale cambiamento nella politica e di un effettivo coordinamento a livello globale … si manifesteranno pressioni per tornare alla logica pre-crisi il prima possibile. (…) Ma l’adesione a quei principi è precisamente la ragione per cui dopo il 2010 non si è avuto un recupero resiliente, ovvero per cui il commercio e gli investimenti esteri erano già anemici prima dell’arrivo della pandemia» (unctad 2020a, p. II). Contemporaneamente, l’ultimo Global Economic Prospects della Banca mondiale si colloca disinvoltamente all’estremo opposto nell’individuare come unica policy option da contrapporre alle conseguenze della pandemia la riduzione dei trade cost, («così che il commercio possa di nuovo diventare un motore di crescita» (World Bank 2021a, p. xviii). In mezzo, un set di posizioni molto diversificate. L’oecd mette in guardia dalle implicazioni di una campagna di vaccinazione che a livello globale sta seguitando a lasciare indietro la maggior parte delle aree del mondo, così che anche in fase di ripresa: «la fiducia potrebbe essere seriamente compromessa da ulteriori lockdown e da stop-and-go delle attività economiche» (oecd 2021, p. 9). Il Fondo Monetario afferma che: «grazie a una risposta politica senza precedenti, è probabile che la recessione dovuta al Covid-19 lasci cicatrici minori rispetto alla crisi finanziaria globale del 2008» (imf 2021, p. xvi), ma al tempo stesso sottolinea il forte impatto della pandemia sull’ampliamento dei divari tra Nord e Sud del mondo, e più in generale sull’aumento delle disuguaglianze all’interno delle società. La Commissione europea sottolinea l’impulso che in ambito europeo potrà essere assicurato dagli strumenti di policy fin qui predisposti (ng eu), ma ricorda che la ripresa osservata in Europa, Stati Uniti e Cina è assai lontana dalle condizioni che prevalgono in molte aree in ritardo, tuttora immerse «in una situazione di maggiore difficoltà, con accesso limitato ai vaccini e un ridotto spazio della politica che pesano sulle prospettive di crescita» (European Commission 2021a, p. 3).
4. L’interpretazione delle evoluzioni in corso, a partire da quelle che riguardano l’assetto manifatturiero globale oggetto di questo Rapporto, è complicata oltre che dalla mancanza di un chiaro e condiviso quadro teorico di riferimento anche dalla difficoltà di calcolare l’effettiva intensità della crescita in una fase in cui la dinamica degli indicatori che misurano l’andamento dell’attività produttiva è sovrastata dall’effetto dovuto al rimbalzo congiunturale successivo alla caduta del 2020. Il semplice recupero dei livelli pre-pandemia dei tradizionali indicatori congiunturali (di produzione, fatturato, occupazione), per quanto importante – soprattutto per un paese come l’Italia che dalle precedenti crisi economico-finanziarie è uscito strutturalmente ridimensionato sul piano economico e produttivo – lascia intatti i problemi emersi nel corso dell’ultimo decennio (assai prima dello scoppio della pandemia). Lo shock da globalizzazione arrivato sul finire degli anni Novanta dello scorso secolo, la crisi finanziaria del 2008-2009 e la pandemia del 2020 costituiscono infatti nel loro insieme tre livelli successivi di stratificazione di problemi di ordine fondamentalmente strutturale. Essi attengono alla ridislocazione delle attività di trasformazione e alla gestione di crescenti tensioni sul piano commerciale e su quello tecnologico tra l’Occidente e il mondo emergente (in particolare l’area asiatica, con al centro la Cina); agli squilibri interni ai singoli paesi tra quella parte della società (e delle imprese) in grado di cavalcare – o quanto meno assecondare – i cambiamenti di questi decenni e la restante parte che questi cambiamenti li ha per lo più subiti; agli squilibri ecologici prodotti da una crescita globale che è stata sospinta dalla disponibilità di produzioni a basso costo realizzate (e domandate) senza considerare gli effetti di lungo periodo ad esse associati, in termini di inquinamento ambientale e di sovrasfruttamento delle risorse naturali.
5. La soluzione di questi problemi, dal punto di vista dell’Occidente, e in particolare dell’Europa, passa necessariamente attraverso la capacità dei sistemi economici di utilizzare in chiave strutturale le enormi risorse economiche messe in campo per contrastare gli effetti della pandemia, in una misura che non ha forse precedenti; e che potrebbe trasformare il più grande shock globale del dopoguerra nel detonatore di una nuova fase di sviluppo, anche in Italia. Un punto importante, in questo quadro, è costituito anche dal ruolo che il passaggio da una politica economica attenta solo a garantire le condizioni di contesto competitivo a una più attiva nell’indirizzare le traiettorie di sviluppo potrebbe di per sé svolgere ai fini di una riduzione del grado di incertezza che tuttora condiziona fortemente le decisioni delle imprese, favorendo un recupero degli investimenti privati a fianco di quelli pubblici che le risorse stanziate consentono di far ripartire. Ma immaginare un futuro incardinato su una visione diversa da quella del passato non è immediato. Il dissiparsi di quello che – nel bene e nel male – è stato non meno che un ordine mondiale per quasi quarant’anni lascia tutti orfani di un riferimento forte dal punto di vista delle condizioni di contesto dentro cui una politica può essere perseguita (e più in generale di un orizzonte di senso). Il vuoto è percepito soprattutto in Europa, che fino all’ultimo ha creduto all’idea che fosse possibile affrontare il futuro senza scegliere la rotta da seguire, ovvero senza assumersi la responsabilità politica di una strategia volta ad imprimere alla storia una traiettoria diversa dalla sua deriva inerziale, ed è ora in ritardo su tutto.
6. Anche in Italia l’attività economica (soprattutto quella manifatturiera) era in chiaro rallentamento prima dell’arrivo dello shock pandemico, così che il crollo degli indici che misurano l’andamento dell’output conseguente all’avvio dei vari lockdown nei diversi paesi ha sovrastato – nascondendolo – un andamento già declinante. Allo stesso modo l’attuale rimbalzo produttivo (peraltro superiore a quello registrato nelle altre principali economie dell’Eurozona) sta rendendo difficile calcolare l’effettiva consistenza della ripresa in corso e, soprattutto, il suo possibile tradursi in un nuovo percorso espansivo. Non mancano valutazioni che attribuiscono al miglioramento delle aspettative di famiglie e imprese segnalato da alcune rilevazioni un carattere ormai stabile: ovvero, che interpretano il recupero dei livelli di attività come un ritorno “definitivo” alla normalità. Agirebbero a favore di questo esito, dal lato dei consumi, il risparmio accumulato nella prima fase del lockdown dai soggetti non direttamente travolti dal crollo dei redditi; dal lato degli investimenti il “ritorno” della componente pubblica (anche nella prospettiva degli impieghi dei fondi del PNRR) e, sul versante privato, l’estensione degli incentivi volti a favorire la transizione digitale e ambientale – entrambi comunque fattori di stabilizzazione delle aspettative e di riduzione dell’incertezza. La valutazione dell’intensità e della persistenza della ripresa dell’attività produttiva in Italia segnalata dai principali indicatori congiunturali è tuttavia un esercizio che richiede grande cautela in un contesto pandemico che è tuttora lontano dall’essersi risolto, e soprattutto va sottratta al rischio di produrre un’instabilità delle stesse previsioni, incardinandole di volta in volta su tendenze del momento che l’aleatorietà del quadro pandemico può ribaltare da un momento all’altro. Grava sull’evoluzione dello scenario economico più di una incognita. La prima consegue al fatto che il blocco imposto fin qui dalle restrizioni alla mobilità ha determinato un successivo recupero della spesa tanto vistoso quanto probabilmente limitato nel tempo (il decumulo dell’“eccesso” di risparmio tenderà prevalentemente a manifestarsi nell’immediato, esaurendo rapidamente il suo effetto espansivo). A questo si può aggiungere che la componente interna della domanda deve comunque scontare gli effetti dell’impoverimento di una quota tutt’altro che trascurabile della popolazione (contrastato solo in parte dagli interventi di sostegno): le stime istat indicano un aumento dei soggetti in povertà assoluta solo tra il 2019 e il 2020 del 22%, pari a oltre un milione di individui (da 4 milioni e 593mila a 5 milioni e 602mila), con una incidenza sulla popolazione che passa dal 6,4 al 7,7%; ma il crescente disagio sociale si estende ormai anche a fasce della popolazione meno svantaggiate. Quanto alla componente internazionale, anche se in ripresa, vanno sottolineati i possibili rischi che la persistente circolazione del virus in molti paesi, anche prossimi e rilevanti dal punto di vista del mercato (come ad esempio il Regno Unito, la Russia o la stessa Germania) potrebbe comportare in termini dell’introduzione di nuove forme di distanziamento e di isolamento, e dunque di effetti di stop-and-go dell’economia (oltre che di possibili interruzioni lungo le catene di fornitura). Sul fronte degli investimenti, vale l’analoga considerazione che l’incertezza seguiterà a caratterizzare a lungo un contesto globale in cui la pandemia appare per ora sotto controllo, e nemmeno tanto, solo nell’Occidente sviluppato. Da questo punto di vista molto dipenderà dalla misura in cui il processo di implementazione del PNRR mostrerà un carattere sistematico e, per quanto possibile, regolare nel tempo. Ma soprattutto, per quanto riguarda gli investimenti privati, affinché la spinta che arriva dal lato dell’offerta (incentivi) si traduca in un aumento del potenziale – fortemente ridimensionatosi negli anni successivi alla crisi – è necessario un miglioramento delle attese di domanda rispetto non agli anni della pandemia, ma a quelli precedenti: ovvero, è necessario un aumento strutturale della domanda al di sopra del livello pre-pandemia.
7. Questo obiettivo non è al di fuori della portata del Paese, anche in considerazione dei molti interventi che lo stesso PNRR dedica al sostegno dell’istruzione e la ricerca, dell’inclusione e coesione sociale, della salute. E, in aggiunta, si può osservare che la misura delle risorse stanziate vede l’Italia fortemente avvantaggiata nel confronto internazionale: il che dovrebbe comportare – al netto dei problemi connessi al rientro del debito, i cui tempi appaiono ancora indefiniti – un ritmo di crescita, a parità di altre condizioni, più sostenuto degli altri paesi europei. Ma è necessario che gli interventi, la cui misura non è poi monumentale (più o meno 40 miliardi all’anno, una quota rilevante dei quali va restituita), riescano ad attivare in misura significativa una domanda privata che, a sua volta, sia intercettata da un’offerta nazionale, innescando un processo di crescita endogena. Si gioca su questo piano la possibilità per l’Italia e la sua manifattura di uscire dalla logica di un modello di crescita incardinato, negli anni, esclusivamente sull’attesa che la ripresa della “locomotiva” di turno (gli Stati Uniti, la Germania, la Cina) tornasse ad attivare la domanda estera. E che ogni volta ha implicato una accentuazione del divario nelle opportunità di sviluppo tra le imprese internazionalizzate e quelle invece più dipendenti dalla domanda locale. Il che, più in generale, attira ancora una volta l’attenzione sulla necessità di colmare il gap che divide le imprese strutturate e competitive da quelle che lo sono meno, in un contesto sempre più selettivo, in cui i molti problemi da gestire e risolvere contemporaneamente (la transizione digitale, la sostenibilità ambientale, economica e sociale delle proprie attività, la riorganizzazione dei rapporti di filiera) rendono più difficile la permanenza sul mercato. È un contesto in cui l’obiettivo di recuperare la situazione precedente alla pandemia, come se si trattasse di rimettere indietro l’orologio, è, prima di tutto, impraticabile. Il “mondo di ieri” è ormai tramontato.